Sembrerà anacronistico ma, in un’epoca in cui la comunicazione globale sembra un gesto banale, risolvibile con un tocco sullo schermo di uno smartphone, c’è  un universo parallelo che continua a  viaggiare sulla velocità della luce, ma senza bisogno di cavi, fibra ottica  o ripetitori cellulari.

È l’universo dei radioamatori: sperimentatori, tecnici, e autodidatti delle telecomunicazioni.

La storia del  radiantismo affonda le sue radici nella prima metà del Novecento (Guglielmo Marconi è  definito il primo radioamatore della Storia) e vanta eccellenze territoriali straordinarie. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Sezione  A.R.I. (Associazione Radioamatori Italiani) di Trento, fondata nel 1934 quando l’acronimo indicava ancora l’Associazione Radiotecnica Italiana e riconosciuta come la più antica d’Italia.

Da oltre novant’anni, questa realtà incarna lo spirito originale del movimento: un connubio indissolubile tra passione tecnica, ricerca scientifica e servizio libero e gratuito alla comunità.

I radioamatori non sono semplici appassionati di “baracchini” CB , né collezionisti di apparecchi d’epoca.

Sono operatori abilitati dallo Stato dopo il superamento di un esame di teoria radioelettrica, normativa  radiotecnica.

A seguito dell’esame, ciascun operatore riceve dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy un nominativo di  stazione unico a livello mondiale (il cosiddetto callsign), che identifica in modo  inequivocabile la persona e il Paese di appartenenza.

Si tratta di una comunità eterogenea dove tutti si danno del “tu” (anche quando un radioamatore è stato Presidente della Repubblica come Francesco Cossiga) e nella quale non viene fatta nessuna distinzione di sesso, cultura, status sociale o professione esercitata.

Ma cosa fa concretamente un radioamatore quando accende la propria stazione?

La  risposta varia in base alle inclinazioni del singolo operatore: si va dalla sperimentazione tecnica, ad esempio molti radioamatori progettano e costruiscono in proprio le antenne, accordatori e persino piccoli ricetrasmettitori, alle comunicazioni a lunga distanza, per collegare gli antipodi del mondo.

Sebbene la tecnologia negli anni si sia evoluta, rimangono utilizzati principalmente modi di trasmissione analogici e digitali.

Si va dall’uso della telegrafia in codice Morse (CW) ancora amatissima per la sua capacità di decodificare segnali debolissimi alla fonia, fino ai più moderni modi digitali gestiti tramite personal  computer interfacciati alle radio.

I radioamatori utilizzano inoltre satelliti dedicati (satelliti AMSAT) in orbita bassa o geostazionaria e realizzano contatti con la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), interagendo spesso direttamente con gli astronauti a bordo. L’attività radioamatoriale è operativa 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Tuttavia, il momento in cui la figura del radioamatore diventa cruciale per la società civile è durante le emergenze, i terremoti, le alluvioni e i blackout.

Quando le reti cellulari si saturano o crollano per mancanza di energia elettrica e le connessioni Internet si interrompono, i  adioamatori sono gli unici in grado di allestire in pochi minuti stazioni radio campali completamente autonome.

Se la Sezione A.R.I. di Trento (www.aritn.it via Conci 86° Trento e mail: segreteria@ aritn.it) continua a formare periodicamente nuovi operatori organizzando corsi dedicati, è perché il radiantismo non è una reliquia del passato, ma un laboratorio in continua evoluzione.

Dai pionieri marconiani ai  moderni sistemi digitali, il gesto di chi accende una radio non è mai cambiato: inviare un segnale nell’etere e attendere che, dall’altra parte del mondo, una voce risponda.

Novant’anni di etere: la storia e missione e un articolo scritto da Alessandro Micheli pubblicato su "Mondo Trentino"